Probabili scenari futuri

di Lucia Immordino

Roma, ancora Anno Domini, 2060.
In una Piazza del Popolo vuota, il silenzio non è più quello confortante delle domeniche mattina degli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’Italia era giovane e il boom economico prometteva un radioso e ottimistico futuro.
No, si tratta di un silenzio solidificato, ricoperto di polvere, come quello che si addensa nelle sale d’attesa abbandonate dei Pronto Soccorso dismessi.
Il Presidente del Consiglio, un anziano signore di quasi ottantacinque anni, dirige lo sguardo annacquato verso la telecamera a circuito chiuso, inforca gli occhiali, strizza gli occhi e osserva la sala della Protezione Civile semideserta.
L’età media del Paese è di quasi sessant’anni: gli Istituti Comprensivi sono stati riadattati a Centri di Fisioterapia e a Palestre della Terza Età, le Scuole Secondarie a Residenze Assistite e il termine “Futuro” è ormai solo un ricordo stinto, roba da teche museali.

“Siamo pronti per il collegamento con la Conferenza Panafricana del Camerun?” chiede il Capo del Governo con la sua voce sottile, flebile e tremolante.
Un tecnico per la manutenzione dei monitor, un raro trentenne rimasto a lavorare nella capitale, annuisce senza proferire parola.
Finalmente, sul grande schermo appare una scintillante quanto affollata Sala Conferenze dell’Unione Africana: è una deflagrazione di colori, di visi giovani, di dispositivi di ultima generazione, di facce sorridenti, di brusii pieni di vita e di volti carichi di futuro.
L’Africa è il cuore pulsante del Pianeta: una potenza demografica, e da qualche anno anche tecnologica, in piena espansione, con città avveniristiche e un’economia verde che viaggia a ritmi significativi.
Il Presidente del Consiglio sgrana gli occhi e deglutisce: fino a trent’anni prima gli Stati Europei, non tutti per fortuna, erigevano barriere, discutevano di quote studentesche, di remigrazione e di respingimenti e, così, oggi l’Italia non ha più chi raccolga il grano nei campi della Puglia, chi faccia funzionare i treni ad alta velocità, chi mandi avanti i reparti di Terapia Intensiva o chi paghi le pensioni di quaranta milioni di anziani; la burocrazia è bloccata, la terra abbandonata, le città, perlopiù deserte, si sono trasformate in piccoli borghi abitati.
L’inviato speciale dell’Unione Africana, un brillante diplomatico camerunense di quarantadue anni, prende la parola: “Signor Presidente, la ascoltiamo. Qual è la richiesta formale del Governo italiano?”
L’anziano Primo Ministro non usa il linguaggio felpato della diplomazia, non ci prova neanche perché non ne ha più il tempo, né la forza: “Raddoppiamo gli incentivi,” dice con la voce incrinata di chi è vicino al pianto e che risuona nell’aula vuota, “garantiamo cittadinanza immediata, alloggi gratuiti di nuova costruzione, contratti d’innovazione e sgravi fiscali totali per dieci anni per chiunque sotto i quarant’anni decida di trasferirsi qui. Abbiamo bisogno di lavoratori: ingegneri, medici, agricoltori, insegnanti… Abbiamo bisogno di vita. Vi prego. Mandateci i vostri giovani.”
Un mormorio corre lungo le file della sala in cui si svolge la Conferenza Panafricana del Camerun, alcuni delegati si scambiano sguardi perplessi, altri commossi.
“Signor Presidente,” risponde con garbo il diplomatico africano, “comprendiamo la vostra emergenza, ma i nostri giovani oggi hanno opportunità straordinarie altrove. L’Europa è vista da loro come un Continente freddo, statico, privo di entusiasmo. Non è facile convincerli a lasciare le nostre città per venire a ripopolare i vostri vecchi quartieri.”
“Gli daremo tutto,” insiste il Presidente del Consiglio, sporgendosi verso lo schermo con le mani giunte, in un gesto quasi di preghiera che tradisce tutta la fragilità di una civiltà al tramonto.
“Gli daremo le nostre città, le nostre terre. Noi vorremmo che i vostri giovani portassero la loro cultura da integrare con la nostra, la loro storia da fondere con la nostra. Che ci portassero la loro energia, perché la nostra è deflagrata nell’arco di questi ultimi trent’anni”.
Sullo schermo, il diplomatico annuisce lentamente, annotando qualcosa sul suo dispositivo: “Inviato il vostro appello al Vertice sulla Mobilità Globale di stasera. Faremo il possibile per promuovere il vostro programma di ripopolamento tra i nostri giovani.”
Il segnale si interrompe. La schermata torna al blu istituzionale.
Il vecchio Ministro si accascia sulla poltrona di pelle consunta, guarda fuori dalla finestra della cancelleria: i vicoli di Roma sono sommersi dalle foglie d’autunno che nessuno spazza più.
Si alza a fatica, cammina verso il balcone e resta in ascolto sperando di sentire, prima o poi, il pianto di un bambino, il vociare scomposto di ragazzini che giocano a rincorrersi o il rumore di un pallone che rimbomba contro un muro.

Donne che odiano gli uomini

Un uomo di 26 anni adesca una ragazza su internet per poi sequestrarla, picchiarla e stuprarla. E indovinate cosa dicevano la maggior parte dei commenti sotto ai post riguardanti la notizia? Ebbene sì, erano tutti del tipo “eh ma a lei chi glielo dice di incontrare sconosciuti” oppure “eh, ma c’è andata lei”. 

Ogni volta che una ragazza riporta una violenza viene sempre colpevolizzata. Cosa indossava? Perché lo ha sposato? Ma perché non lo molla? Eccetera eccetera. Poi dici, facciamo male ad odiare gli uomini, come genere proprio. E scusate ma sì, sta volta c’è bisogno di generalizzare. Non tutti gli uomini ma sempre un uomo, o tutti gli uomini fino a prova contraria. Continua a leggere →

Cos’è la luce senza il buio?

Foto di A.Ventura – Luce che filtra da un cancello proiettata sull’asfalto.

La luce è vita. È colore, calore, gioia. È ciò che ci permette di vedere il mondo, di riconoscere le forme, i volti, le cose belle.

Eppure viene spontaneo chiedersi: che cosa sarebbe la luce senza il buio?

Probabilmente molto meno straordinaria.

Un ritratto senza ombre sarebbe piatto. Un paesaggio illuminato in modo uniforme perderebbe profondità. Persino la fotografia, che letteralmente significa scrivere con la luce, ha bisogno dell’ombra per raccontare davvero qualcosa.

Forse vale lo stesso anche per noi.

Ci concentriamo spesso sui protagonisti di un film, dimenticando che molte volte diventano grandi proprio grazie ai loro antagonisti. Un eroe senza ostacoli da affrontare sarebbe soltanto qualcuno che passeggia tranquillamente verso la fine della storia. Poco interessante.

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non è un paese per giovani

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violenza sulle donne

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